Il nemico che unisce Dell’Aringa e Fassina
Per turare la falla determinata dal passaggio di Pietro Ichino allo schieramento montiano, Pier Luigi Bersani ha trovato un sostituto eccellente nel professor Carlo Dell’Aringa, economista esperto di lavoro, già legato agli ambienti della Cisl e al gruppo di studiosi che produsse il celebre e controverso Libro bianco di Marco Biagi. Presentato con queste credenziali, che a quel che si dice gli impedirono di partecipare al governo Monti per l’ostilità della Cgil, Dell’Aringa sembra il perfetto contraltare interno, nelle liste del Pd, alle tendenze operaistiche.
19 AGO 20

Per turare la falla determinata dal passaggio di Pietro Ichino allo schieramento montiano, Pier Luigi Bersani ha trovato un sostituto eccellente nel professor Carlo Dell’Aringa, economista esperto di lavoro, già legato agli ambienti della Cisl e al gruppo di studiosi che produsse il celebre e controverso Libro bianco di Marco Biagi. Presentato con queste credenziali, che a quel che si dice gli impedirono di partecipare al governo Monti per l’ostilità della Cgil, Dell’Aringa sembra il perfetto contraltare interno, nelle liste del Pd, alle tendenze operaistiche. E proprio su questo punta Bersani. Molti si domandano come potranno convivere, nello stesso gruppo parlamentare e forse nello stesso governo, uomini come Dell’Aringa e Stefano Fassina, per non parlare di Nichi Vendola. La presenza di posizioni articolate può rivelarsi un fattore destabilizzante nell’esercizio di funzioni di governo, Romano Prodi insegna.
Eppure, sebbene le distanze culturali e di approccio a una tematica delicata come quella del mercato del lavoro siano innegabili, se si guarda un po’ più in profondità si possono vedere terreni di convergenza. Dell’Aringa e Fassina, lontanissimi su tante questioni, sono però ambedue convinti dell’esigenza che il governo intervenga con una “politica industriale” che deve basarsi su una qualche forma di concertazione preventiva tra le rappresentanze sociali. Non si tratta solo di una, peraltro rilevantissima, questione di metodo: tanto è vero che ambedue ne deducono una forte critica nei confronti di Sergio Marchionne, che ha tentato e tenta di ridurre il condizionamento “consociativo” per rendere produttivi gli investimenti. Il consociativismo non ha solo una sponda sindacale, ne ha anche una confindustriale altrettanto conservatrice, e addirittura un pensiero teorico che ne giustifica il valore. E’ in questo spazio imprecisato che va dalla contrattazione, che è funzione specifica delle rappresentanze, alla concertazione, che ne è invece una dilatazione la cui efficacia è assai più discutibile, che le diverse opzioni di merito che dovranno coesistere nel Pd potrebbero trovare una composizione. Contro un comune nemico simbolico. Resta poi il problema dell’efficacia di una politica che, insistendo su temi contrattuali obsoleti e su procedure concertative paralizzanti, finisce per penalizzare l’interesse generale.